2002. Intervista a Gianfranco Rizzardi, gioie e motori

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2002, n. 1, febbraio, pag. 46-49.

Benvenuti nella sezione speciale “BAM 35 Anni”. Vi stiamo presentando gli articoli “cult” tratti dall’archivio di Barche a Motore, a partire dal 1990. Un viaggio nel tempo tra storie introvabili oggi, anche nel grande mare di internet! Un tuffo nel mondo dei momenti epici della nautica a motore. Ecco una delle storie che ci ha appassionato di più.


Gianfranco Rizzardi, gioie e motori

Da Barche a Motore 2002, n. 1, febbraio, pag. 46-49.

Gianfranco Rizzardi racconta gli inizi della sua carriera di imprenditore: la passione per i motori, la completa dedizione al lavoro, l’intuizione di scelte importanti, come l’acquisto dello storico e decaduto Cantiere Posillipo.

Gianfranco Rizzardi, 48 anni, di origini venete, ma nato e cresciuto nei paraggi di San Felice al Circeo, ha iniziato la scalata al successo partendo da un’officina meccanica che aveva aperto a soli 19 anni nel porto di San Felice. Dall’officina meccanica al rimessaggio di barche e dal rimessaggio alla costruzione alla fine degli anni ’70. Tappe bruciate. Poi gli anni della crescita e del consolidamento. Nel 1993 il colpo grosso con il salvataggio dal tracollo del fallimento dello storico Cantiere Posillipo. Attualmente Rizzardi può contare su tre unità produttive, tutte situate nel cosiddetto “Triangolo Azzurro” tra Sabaudia e San Felice al Circeo, che comprendono il Cantiere Posillipo, e su una grande ed efficiente struttura per l’assistenza e il rimessaggio delle imbarcazioni da diporto a Borgo Montenero, il paese in cui è iniziata la su attività e la sua inarrestabile ascesa.

Un proverbio popolare dice che “Uomo allegro il ciel l’aiuta”. E Gianfranco Rizzardi l’allegria ce l’ha stampata in faccia, con quel sorriso aperto, contagioso, con i baffetti spiritosi, gli occhi vivaci e furbi e il parlare arguto. Una faccia simpatica, una persona cordiale, un uomo che nella vita ha avuto fortuna, una fortuna che però, tiene a precisare, non ha atteso che cadesse dal cielo. L’ha attesa, caso mai, in officina, in cantiere. “Io ho sempre lavorato – ci dice orgoglioso – tutti i santi giorni dell’anno, senza badare alle domeniche e alle altre feste comandate”. È una buona base di partenza per farci raccontare la sua storia. Ce la racconta volentieri, con calore e con colore, com’è nel suo carattere.

Gianfranco Rizzardi: “Sono nato a San Felice al Circeo e ho sempre vissuto nei dintorni di Sabaudia, ma i miei genitori erano veneti e sono emigrati in questa zona prima della guerra, all’epoca della bonifica delle Paludi Pontine”.

Barche a Motore: Erano agricoltori?
Gianfranco Rizzardi: “Quasi il novanta per cento degli emigrati faceva l’agricoltore; mio padre e mio nonno avevano invece creato una piccola impresa edile. Costruivano case”.

BaM: Come mai non ha continuato questa attività?
G.R.: “Perché ho perso mio padre all’età di 7 anni e poi tutto è cambiato. Era il 1960 e, strano caso, proprio quell’anno il Cantiere Posillipo lasciò le grotte di Napoli per trasferirsi qui a Sabaudia. Ma a quell’epoca io non sapevo niente di barche. Mi affascinavano i trattori, i camion, tutto ciò che è spinto da un motore. Devo dire che fin da bambino ho avuto una grande passione per i motori, tanto che ho seguito questa mia passione anche nell’indirizzo degli studi: infatti mi sono diplomato in meccanica agraria”.

Gianfranco Rizzardi con i figli Corrado e Damiano che, come il padre, hanno la stessa passione per i motori e le gare di motonautica.

BaM: Quando ha iniziato a lavorare?
G.R.: “Le prime esperienze le feci durante le vacanze scolastiche presso un’officina meccanica. Era un lavoro che mi piaceva. Una volta diplomato, ho trovato un posto alla Perkins. Il direttore di allora, il dottor Vivamacchia, prese ad apprezzarmi e a benvolermi. Un giorno dovevano collaudare un Piantoni di 14 metri motorizzato con due motori Perkins industriali marinizzati e il direttore mi portò con sé. Eravamo al Circeo. Mi ricordo che appena salii a bordo volli subito vedere la sala macchine e quando mi trovai di fronte quella coppia di motori rimasi imbambolato. Era come se avessi visto una splendida ragazza. Tutto sta che Vivamacchia mi chiese se volevo andare con lui e io non me lo feci ripetere. Mi imbarcai, feci il motorista, il marinaio e tutto quello che c’era da fare a bordo. Poi mi capitò l’occasione di prendere il posto di capo officina alla Motomar di Palermo. Avevo solo 19 anni e mi trovai a dirigere 40 operai. Fu una esperienza importante. Rimasi a Palermo due anni. Poi tornai a casa, a Borgo Montenero, frazione di San Felice al Circeo, e pensai solo a mettermi in proprio. Alla fine del 1973 misi in piedi un’attività di assistenza, manutenzione, riparazione e rimessaggio di imbarcazioni”.

BaM: Così di punto in bianco! È stata una scelta tutta sua?
G.R.: “Direi piuttosto un’opportunità sfruttata. In quegli anni la nautica a motore era in grande sviluppo e a San Felice c’erano molte barche. Io avevo una piccola officina sul porto e il lavoro non mi mancava. Un po’ per volta i clienti mi fecero capire che se avessi avuto un capannone per il rimessaggio, mi avrebbero lasciato le loro barche. E così costruì al mio paese un capannone di 1200 mq. Ho rischiato grosso, lo so, ma sentivo la fiducia dei miei clienti e questa mi spingeva a osare. Dopo pochi anni ho ampliato l’area del capannone e ho creato qualche piccola azienda di supporto. Alla fine degli anni ’70 era ormai maturata in me la voglia, l’ambizione di costruire una barca”.

BaM: C’è una bella differenza tra avere conoscenze di motori e di barche. Ha avuto un gran coraggio!
G.R.: “Il coraggio di una passione che cresceva giorno dopo giorno. Trovai alla Posillipo – il cantiere era evidentemente nel mio destino – un modello di barca in legno incompleto; lo comprai e lo consegnai a un maestro d’ascia che conoscevo. Il modello era nato per la costruzione di un flying bridge. Io invece mi feci fare un open di 40’ e pensai che se la barca andava bene, potevo poi sfruttare il modello per farne il maschio per uno stampo in vetroresina. Così sono partito. Da quel primo 40′ passai poi al 45’, al 50’ e al 53′ ”.

BaM: Si è dovuto ingrandire, comprare nuovi capannoni?
G.R.: “Ho rilevato un’azienda orto floro fruttifera che aveva un grande capannone ormai abbandonato da qualche anno. Esattamente dove oggi sorge il nostro stabilimento”.

BaM: Dalla frutta alle barche è stata una bella conversione. Lei ha avuto un rapido successo. Come lo spiega?
G.R.: “Probabilmente ho avuto la fortuna di crescere nel momento giusto. Ma, come ho già detto, mi sono anche dedicato anima e corpo, giorno e notte al mio lavoro”.

BaM: Quali tappe considera fondamentali nella sua ascesa?
G.R.: “La tappa fondamentale è stata senz’altro l’acquisto dei Cantieri di Posillipo. Un cantiere storico, famoso, che ci ha dato lustro e ci fatto fare il salto di qualità”.

BaM: Quando parla di destino deve mettere in conto il trasferimento del cantiere a Sabaudia.
G.R.: “Nelle grotte di Posillipo, dove erano nati, non ci stavano più. E così si sono trasferiti a Sabaudia, anche perché sembrava che stessero per aprire il lago con un piccolo canale navigabile che lo avrebbe collegato con il mare. Purtroppo sono passati 50 anni e le promesse non sono ancora state mantenute. Ancora oggi stiamo lottando perché il lago diventi un porto oppure una darsena. Lo specchio d’acqua è lungo 5 km e almeno una parte, 1 km circa, si potrebbe adibire a darsena. Diventerebbe il porto naturale più bello, non dico d’Europa, ma sicuramente d’Italia. Si potrebbe addirittura farne una piccola Miami 2. Purtroppo qui in Italia con tutti i problemi politici che ci sono…”.

BaM: Rizzardi glissa. E un uomo sereno che non ama fare polemiche, anche se le verità poi non le nasconde…
G.R.: “Siamo costretti a caricare le barche sui camion per portarle dal cantiere al porto di varo di Terracina; 20 km coi charter trasporti eccezionali a costi allucinanti. Ripeto, allucinanti!”.

BaM: Com’è andata l’acquisizione della Posillipo?
G.R.: “Alla fine degli anni ’80 il cantiere era già in crisi, ma il colpo di grazia l’ha ricevuto nel 1990 con la cessione a un certo Nouri. In due anni l’ha mandata a picco, in fallimento. Lo sono entrato nel 1993 in affitto d’azienda. A dire la verità non avevo alcuna intenzione di inserirmi nella vicenda, ma il mio avvocato mi convinse che ero l’unico a poterla prendere e che dovevo farmi avanti anche per opportunità politica. Così mi sono presentato ed è finita che ho vinto la gara e che mi sono trovato un’azienda in mano da salvare”.

BaM: Quanti dipendenti aveva a quell’epoca?
G.R.: “Circa centoventi, ma io accettai di tenerne solo un terzo”.

BaM: E la Rizzardi quanti ne aveva?
G.R.: “Venticinque o ventisei”.

BaM: Pesce piccolo che mangia pesce grande, un caso raro.
G.R.: “Eh, sì. Quando ho esaminato le spese dell’azienda, dopo aver vinto la gara, mi sono impressionato. Tanto per dirne una, noi spendevamo sette-ottocentomila lire di energia elettrica, loro sui dieci milioni. Spaventoso! Non si può dire che non abbia avuto coraggio”.

Alla nostra chiacchierata con Gianfranco Rizzardi assistono anche i due figli maschi, Corrado e Damiano, studenti universitari a La Spezia, destinati ad affiancare il padre in azienda. Due giovani svegli ed educati che finora hanno seguito in silenzio. Ma di fronte alla nostra osservazione, il più grande, Corrado, non ce la fa a tacere: “Se è per questo, ha rischiato anche il divorzio…”. Papà Gianfranco ride divertito:

G.R.: “Acqua passata! Però è vero. Ci sono stati momenti difficili: quando ho costruito il primo capannone e ancor peggio quando ho comprato l’ex cooperativa ortofrutticola: ‘Scegli – mi disse Milvia – o me o i tuoi progetti grandiosi’. Ci pensai una notte intera. Poi la affrontai: lo vado avanti. Se tu mi ami, mi segui; non mi lasci solo in questa avventura!”.

BaM: Sua moglie è l’elemento moderatore della famiglia?
Interviene Damiano, il secondogenito: “Diciamo pure il freno”.
Prosegue Gianfranco: “Non le racconto cos’è successo quando c’è stato l’affare della Posillipo”.

BaM: Immaginiamo. I ragazzi da chi hanno preso il carattere?
G.R.: “In tutti e due scorre buona parte del sangue di papà, anche se sono diversi come carattere”.

BaM: Ora che vi siete messi a correre in offshore la farete disperare quella povera donna! Ma Torniamo alla Posillipo…
G.R.: “Una volta presa in affitto d’azienda, mi trovai di fronte alle ceneri”.

BaM: Come mai? Non vendeva più?
G.R.: “Per vendere, vendeva. Ma la gestione finanziaria era disastrosa. I soldi che incassava, invece di rimanere in azienda, uscivano fuori. E a forza di mungere, mungere, senza dar niente da mangiare, il latte finisce. E c’è stato il fallimento. Ora le cose sono cambiate. Nel marzo di quest’anno la Posillipo è diventata mia a tutti gli effetti”.

BaM: In questi otto anni si è limitato a una politica di risanamento o ha fatto anche qualcosa di nuovo in termini di investimento?
G.R.: “Ho fatto nuovi modelli, stampi nuovi, investimenti nuovi. Già nel 1995 avevo lanciato una barca da 80’che ha avuto discreto successo. Due anni dopo ci siamo ripetuti con il 70’. Da quest’anno la Posillipo ha una sua completa autonomia. In pratica ho lasciato divisi i due marchi Rizzardi e Posillipo, differenziando la produzione. La Posillipo fa i flying bridge e la Rizzardi gli open”.

BaM: Ora che i suoi figli stanno per entrare in azienda, si prenderà un po’ di riposo, un po’ di tempo libero per sé?
“Ma se non fa neppure le vacanze” – insorgono all’unisono i due giovani. Papà Rizzardi tenta di giustificarsi. In realtà il lavoro è la sua più grande passione. I motori, le barche, i clienti, i progetti futuri, i figli che crescono e che si avvicinano al suo lavoro, alla sua vita. Queste sono soddisfazioni! E questo è anche il vero segreto del suo successo.

Di Riccardo Magrini


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