1992. Avventura in gommone nel Mar Rosso

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1992, n. 10, novembre, pag. 44-51.

Benvenuti nella sezione speciale “BAM 35 Anni”. Vi stiamo presentando gli articoli “cult” tratti dall’archivio di Barche a Motore, a partire dal 1990. Un viaggio nel tempo tra storie introvabili oggi, anche nel grande mare di internet! Un tuffo nel mondo dei momenti epici della nautica a motore. Iniziamo da una delle storie che ci ha appassionato di più.


Avventura in gommone

Da Barche a Motore 1992, n.10, novembre, pag. 44-51.

Cinquecento miglia nel Mar Rosso con un Asso 6.40 attrezzato per il campeggio nautico. Partenza da Massaua, in Eritrea. Obiettivo, l’arcipelago delle Dahlak. E’ la prima grande spedizione italiana in queste acque tropicali dopo che le armi sono state messe a tacere. Vi raccontiamo come si realizza un viaggio indimenticabile. 

L’Eritrea era appena uscita da una guerra trentennale, particolarmente cruenta negli ultimi 10 anni. Riccardo, mio caro amico, in quel paese era nato e vissuto fino a quando, dopo il colpo di stato, gli avevano chiuso la fabbrica di birra, l’ottima birra che chiunque abbia visitato il paese ha sicuramente gustato. Allora mesto e carico era rientrato in Italia, dove ci eravamo rivisti. A Massaua però aveva ancora la sua casa, la più bella della città e ad Asmara tanti amici e conoscenti. Appena liberato il paese mi dice: “Andrea, ci torniamo insieme, voglio portarti alle isole Dahlak, ritrovare i posti fantastici dove ho passato anni indimenticabili”. Nasce così questo progetto, un’avventura tra amici che rappresentava anche la prima spedizione italiana in grande stile alle Dahlak, dopo che le armi erano state messe a tacere. Riccardo possedeva a Massaua un bel motoscafo Beltram-Riva che però era sparito durante gli scontri a terra. Ci serviva dunque un nuovo mezzo e, forti della lunga esperienza gommonautica, optammo per un grosso gommone da spedire in Eritrea via mare, con tutta l’attrezzatura necessaria per il campeggio e l’esplorazione subacquea. L’operazione era stata lunga e la data di partenza, era slittata di oltre un mese a causa della nave che doveva trasportare tutto il materiale e che non si decideva mai a partire. Giunti ormai a fine aprile finalmente ci ritroviamo all’aeroporto di Asmara, accolti da Marco e dai suoi amici, che avevano organizzato per bene ogni cosa prima del nostro arrivo. Dopo alcuni giorni di lavoro il nostro gommone Asso 6.40, motorizzato con un Yamaha da 130 cv e con un piccolo fuoribordo di emergenza da 8 cv, era pronto per partire. Dopo avere messo a punto il Gps e il Vhf, avere controllato attentamente tutta l’attrezzatura, dai serbatoi del carburante al compressore per la ricarica delle bombole, dal generatore di corrente al materiale per il campeggio, eravamo pronti a salpare per la nostra avventura. Mentre io e Riccardo studiavamo le carte nautiche, Andrea e Marco si occupavano delle pratiche burocratiche e di quanto necessario per essere in regola con le normative locali, che imponevamo l’accompagnamento di una guida locale. Dal momento che sul gommone c’era posto soltanto per due persone, riuscimmo a ottenere che la guida stesse sul sambuco che doveva accompagnarci con le scorte di carburante e tutto finalmente fu pronto.

Il gommone Asso 6.40, motorizzato con uno Yamaha da 130 cv.

Sveglia all’alba. Alle 6.30 il sambuco arriva puntuale con Roberto, la guida che, oltre a essere particolarmente simpatica, parla perfettamente l’italiano. Caricati i grossi fusti di carburante, le scorte di viveri, ghiaccio e bevande, salutiamo Marco e Roberto, che partono con il sambuco e ci occupiamo del gommone, che riposa sul moletto, pronto a essere calato in acqua con la gru. Ultimi ritocchi e via… macché, non c’è corrente elettrica e la gru è bloccata. Corriamo a vedere, scoprendo che stanno sostituendo dei pali danneggiati dalla guerra e che per alcune ore mancherà la corrente. Solo alle 11 possiamo finalmente varare il gommone e partire, ma ormai sono andate perse le ore del mattino propizie alla navigazione per l’assenza di vento e appena fuori dalla darsena troviamo un mare da nord un po’ increspato, che arriva di prua, dato che proprio verso nord dobbiamo andare. A poco più di 4000 giri il grosso Yamaha spinge il gommone in una dolce planata, 27 nodi secondo gli strumenti di bordo, ma solo 23 secondo il più attendibile GPS. L’Asso naviga ottimamente, divorando le onde di prua senza reazioni anomale e senza battere. Soddisfatti della tenuta di mare, ci possiamo godere la navigazione, vedendo sfilare alla nostra sinistra Massaua e la costa sabbiosa. Nei mari tropicali la navigazione è piacevolissima, ogni poco interrotta dall’incontro con qualche animale: uno stormo di uccelli in migrazione, un pesce volante, un branco di delfini, un gran saltare di tonni o, come capita questa volta, l’incontro con un enorme dentice di una decina di chili boccheggiante in superficie, probabilmente liberatosi dalla lenza di un pescatore e con la vescica natatoria gonfia. Dopo circa 3.30 ore siamo in vista della nostra meta, l’isola di Difnein, distante 61 miglia da Massaua. Difnein è la più settentrionale delle Dahlak e costituiva la meta più ambita quando negli anni ’50, ’60 e ’70 l’arcipelago era obiettivo di spedizioni subacquee e di un certo turismo, più che altro italiano. La distanza da Massaua e il conseguente forzato isolamento fa sì che le sue acque siano pescosissime e la sua
posizione a nord, affacciata su fondali più profondi del resto dell’arcipelago, garantisce acqua più limpida rispetto alle altre isole. Certo che arrivarci in poco più di tre ore sembra un sogno; quando ci venni nel 1973 ci volle un’intera giornata di navigazione a bordo di una vecchia carretta che faceva sì e no 5 nodi. L’isola è stupenda, bassa bassa, con una lunga spiaggia di candida sabbia corallina e l’alto faro italiano all’estremità settentrionale, ai piedi del quale si apre un bel mangrovieto dove si scorgono un’infinità di uccelli: pellicani, sule, sterne, gabbiani e due coppie di falchi pescatori.

I fondali cristallini delle Dahlak.

Circumnavigata l’isola, ci concediamo un bagno ristoratore in un’ acqua turchina e calda e un po’ di pesca alla traina, tanto da procurare il pesce per la cena, cosa per nulla difficile, dato che in breve mettiamo a pagliolo un barracuda, un dentice e un paio di carangidi. Intanto arriva anche il sambuco e, delegate le incombenze culinarie a Marco e Roberto, ci possiamo dedicare alla preparazione del primo campo… a bordo. La nostra intenzione è infatti di dormire e, quando occorre, cucinare sul gommone, decisione quanto mai opportuna, come avremmo scoperto in seguito, perché Difnein è stata minata e mettere piede a terra non sarebbe per nulla salutare! Disponiamo di una tenda da campeggio appositamente realizzata per il nostro gommone, che
viene fissata mediante gancini elastici al paracolpi che corre sul lato esterno dei tubolari, mentre viene sostenuta da due archetti di alluminio incernierati, che si aprono a compasso tirando la tenda verso la consolle di guida. Una semplice tavola di legno asportabile unisce fra loro i due gavoni longitudinali della zona anteriore, permettendo di disporre di un piano piuttosto ampio dove stendere i materassini pneumatici. La notte trascorre tranquillissima, dondolati pigramente dal mare e rinfrescati da una lieve brezza che mitiga la calura. La giornata successiva viene dedicata interamente alla subacquea: scandagliamo i fondali, scegliendo una caduta sul lato orientale e scendiamo in acqua con le macchine fotografiche. La quantità di vita è notevole: barracuda, carangidi, cernie, pesci angelo, lutianidi, corvine, napoleone e qualche squaletto di barriera. Meno affascinante invece la conformazione del fondale, privo di grandi gorgonie, alcionari e di formazioni madreporiche molto sviluppate, mentre un’ottima sorpresa è la limpidezza dell’acqua. Fra un’immersione e l’altra ricarichiamo le bombole e i flash subacquei, operazione questa che richiede l’uso di appositi trasformatori che ci siamo autocostruiti in Italia, dato che l’unica fonte di alimentazione è la nostra batteria a 12 Volts di bordo.

Un piccolo sambuco di pescatori nei pressi dell’isoletta di Madote, una candida lingua di sabbia con un vecchio faro abbandonato, su cui nidificano i falchi pescatori.

Il mare si mantiene bello calmo e decidiamo di partire all’alba per la meta più ambita e impegnativa della spedizione, una secca a 34 miglia in mare aperto, che da fondali di quasi 300 metri sale a soli 3-4 metri. Dato che vogliamo portare con noi Marco e Roberto, scarichiamo sul sambuco tutto il materiale inutile: compressore, attrezzature da campeggio, parte dei viveri. Prima che sorga il sole siamo già in navigazione, rotta 7°. È meraviglioso filare a 25 nodi su un mare piatto, mangiando miglia su miglia senza quasi accorgersene, mentre l’indispensabile GPS fornisce i dati relativi a rotta, distanza percorsa, velocità. Dopo meno di due ore siamo quasi arrivati e un grosso branco di delfini ci circonda, balzando festosi tutt’intorno al gommone. Scrutiamo il mare e Marco scorge per primo una chiazza azzurra qualche centinaio di metri a destra: è Saunders Reef, la nostra secca. Che emozione trovare un punto così, in pieno Mar Rosso a 34 miglia dall’isola più vicina, come dire a metà strada fra Liguria e Corsica! L’acqua brulica di pesce: mentre facciamo uno spuntino buttiamo in acqua qualche pezzetto di pane e stupendi dentici rossi di 4-5 chili balzano letteralmente fuori dall’acqua per cibarsene. Infiliamo le bombole e via in acqua. L’emozione è fortissima, probabilmente siamo i primi ad immergerci qui. Dove finisce il cappello della secca, le pareti precipitano verticali a 50-70 metri e oltre e ben presto arrivano pesci pelagici: carangidi, tonni e anche squali. Questi aumentano via via di numero, ora sono sette quelli che ci girano intorno e uno è grossino e aggressivo e tenta di scacciarci dal suo territorio con frequenti puntate e scatti improvvisi. L’acqua è limpida e le pareti adorne di magnifiche gorgonie filiformi di un vivace colore rosso in mezzo alle quali volteggiano enormi banchi di pesce. Riemergiamo con l’aria agli sgoccioli ma ben presto siamo nuovamente in acqua a giocare con i delfini che si sono avvicinati non appena abbiamo messo in moto il gommone. Di pomeriggio ancora un’ immersione indimenticabile, poi di corsa verso Difnein prima che faccia buio.

Alcuni esemplari di corvine tropicali, un incontro comune nelle popolate acque delle Dahlak.

Troviamo l’equipaggio del sambuco un po’ in pensiero, se non fossimo tornati non avrebbero saputo come fare a trovarci, non disponendo di strumentazione adeguata per individuare la nostra secca e occorrendo loro almeno 7 ore di navigazione per arrivare in zona. La prima parte della spedizione volge al termine e rientriamo a Massaua il giorno seguente, dopo aver visitato due isole meravigliose, veri paradisi ornitologici. Abbiamo sulle spalle ormai 250 miglia di mare e il gommone si sta comportando magnificamente. È ora di cambiare l’olio del piede, di rifare i vari rifornimenti e di preparare la seconda parte della spedizione. Dopo l’estremo nord tocca ora alla zona orientale delle Dahlak, protesa verso il centro del Mar Rosso. Per un paio di giorni saremo soli, dato che il sambuco deve completare i rifornimenti e aspettare alcuni amici di Riccardo che ci raggiungeranno a Mojeidi, l’ultima isola a est. Questa volta riusciamo a partire proprio all’alba e le prime decine di miglia passano senza storia, con una breve tappa all’isoletta di Madote, una candida lingua di sabbia dove sul traliccio del vecchio faro abbandonato nidificano i falchi pescatore e dove attracca anche un sambuco di pescatori per pulire il pesce. L’isola di Shumma, a 30 miglia da Massaua, è la nostra meta odierna e arriviamo così in fretta da avere ancora l’intera giornata a disposizione per immersioni e per l’esplorazione dell’isola. Il sole è torrido e nelle ore centrali della giornata dobbiamo continuamente tuffarci in acqua per rinfrescarci. Per fortuna Riccardo ha voluto sul gommone un tendalino che coprisse la zona di guida, realizzato in modo talmente robusto da resistere non solo alle sollecitazioni della navigazione, ma da costituire anche un validissimo punto di appiglio viaggiando in piedi sui tubolari, cosa oltremodo utile per scorgere i bassifondi madreporici. Shumma ha un alto faro costruito dagli italiani e un bellissimo mangrovieto, dove trovano rifugio numerosi uccelli che avvistiamo durante il bird-watching pomeridiano.

Il provvidenziale tendalino fissato a bordo per proteggere dal sole tropicale.

Quando scende la sera e la calura dà finalmente un po’ di requie, montiamo la cucina di bordo e ci prepariamo una sempre ben accetta spaghettata, nella più classica delle italiche tradizioni. All’alba smontiamo in fretta il campo e su mare piatto divoriamo le 50 miglia che ci separano da Mojeidi. Siamo arrivati all’estremità orientale delle Dahlak, oltre solo Mar Rosso aperto fino alle coste dello Yemen. Come spesso capita agli avamposti, è un vero paradiso terrestre. L’isola presenta una baia a mezzaluna contornata di una spiaggia fra le più belle che mi sia capitato di vedere: candida sabbia corallina per oltre un chilometro, affacciata su un bassofondo madreporico ricco di pesce di barriera. Siamo i primi a sbarcare qui da chissà quanto tempo e i nostri piedi lasciano impresse nella rena le uniche impronte dell’isola, oltre a quelle, frequentissime, delle tartarughe. Il mare dal canto suo ha ornato la battigia di un cordone azzurro-violaceo di conchiglie spiaggiate, coni, bivalvi e bellissime cipree. Qui trascorriamo due giorni di perfetta solitudine assolutamente indimenticabili. Passeggiamo sulle dune sabbiose dell’isola all’alba e al tramonto davanti allo spettacolo sempre emozionante delle grosse tartarughe che si trascinano verso il mare. Poi ci arrampichiamo su un altipiano sassoso così piatto e livellato da poter perfino atterrare con un piccolo aereo da turismo, con un panorama mozzafiato su tutta l’isola. Al terzo giorno arriva il sambuco, carico di amici. Ancora qualche immersione e una tappa a Dissei dove sorge uno dei pochi villaggi indigeni, il solo che vediamo in questo viaggio. Infine una planata superba e soffice fino a Massaua, dove assaporiamo il piacere inebriante di una doccia d’acqua dolce e di un buon letto. 500 miglia di Mar Rosso, un’esperienza indimenticabile che vogliamo ripetere al più presto e che convince Riccardo a lasciare sul posto il gommone e l’attrezzatura per la prossima spedizione, sulla quale stiamo già fantasticando.

Due piroghe di pescatori sulla spiaggia di Dissi, l’unica isola abitata visitata durante la spedizione.

Come si prepara il gommone per il campeggio ai tropici

Il gommone si è rivelata una scelta felicissima per questo tipo di spedizioni in acque tropicali, sia per la sua elevata velocità di crociera, sia per le dimensioni ancora relativamente contenute e adatte quindi a una spedizione per nave, sia per la grande stabilità e tenuta di mare. Un problema che di primo acchito potrebbe preoccupare, quello delle facili forature contro le aguzze madrepore non ha invece rappresentato un problema, purché ovviamente si tengano gli occhi aperti durante la navigazione. La scelta del mezzo è caduta su un Asso modello 6.40, per gli ottimi materiali impiegati, la cura nella realizzazione e la razionale disposizione degli interni. Alla Asso sono inoltre dei veri specialisti nel risolvere i tanti problemi posti dal campeggio nautico e dalle lunghe navigazioni senza scalo e questo forse è l’argomento che più ci ha convinti nella scelta. La motorizzazione Yamaha da 130 cavalli scelta per il gommone si è dimostrata validissima, affidabile, silenziosa. Il consumo reale, in condizioni di medio carico si è rivelato di circa 40 litri/ ora a 23 nodi che corrisponde a circa 1,74 litri ogni miglio percorso. A bordo disponevamo di un totale di 460 litri di carburante, per un’autonomia totale superiore alle 250 miglia, così suddiviso: 200 litri nel serbatoio principale in acciaio inox, situato sotto il piano di calpestio della zona prodiera, altri 60 litri di scorta in un serbatoio inox sistemato sotto la consolle di guida e un serbatoio flessibile in tessuto gommato per altri 200 litri, da sistemare all’occorrenza fra i due gavoni longitudinali di prua. Un sistema di rubinetti a tre vie permetteva di passare istantaneamente da un serbatoio all’altro senza dover staccare tubi e spinotti. Per l’acqua dolce avevamo invece fatto installare un serbatoio inox da oltre 100 litri sotto la consolle di guida, cui potevamo attingere direttamente tramite una doccia alimentata da una pompa elettrica. Per sicurezza abbiamo installato a bordo anche un generatore da un kilowatt, nel caso malaugurato la batteria di bordo dovesse scaricarsi, cosa non impossibile dato che ad essa attingevamo per ricaricare i flash subacquei. Per il campeggio, la Asso ha a listino una tenda di veloce montaggio, incernierata sui tubolari, che si apre a compasso e di giorno resta abbattuta sulla prua senza recare fastidio alla navigazione, che si è rivelata ottima per i climi caldi. Per cucinare, un classico fornello a gas a due fuochi, pentole e stoviglie da campeggio. Importante in questi climi una grossa ghiacciaia per conservare cibi deteriorabili e bevande. La nostra, di fabbricazione americana, manteneva così bene la temperatura da permetterci di avere bibite fresche anche dopo parecchi giorni di caldo tropicale. L’attrezzatura subacquea è quella che occupa più posto, perché costringe a trovare una buona sistemazione per le bombole e per il compressore per la ricarica. Noi lo abbiamo sistemato davanti alla consolle, in una cassa di legno appositamente costruita e fissata con due robusti ganci a leva alle strutture in vetroresina. Le bombole invece sono state alloggiate nei due ampi gavoni laterali di prua, insieme al materiale da campeggio. Indispensabile in questi climi un tendalino fisso e molto robusto per proteggersi dal sole durante le ore centrali della giornata. Quanto alla navigazione, oltre alla bussola, è consigliabile un GPS che costituisce un validissimo aiuto in navigazione. Il loran invece non funziona, mancando le relative emittenti nella zona. Cattivi risultati abbiamo avuto dal VHF, con una portata del tutto insufficiente a mantenere i contatti con la base a terra o con il sambuco. Non siamo mai stati infatti in grado di parlare a più di una ventina di miglia di distanza.

testo e foto di Andrea Ghisoni


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